
L’obiettivo dell’Operazione Furia Epica, che rischia di portare il mondo alla guerra nucleare, è stato dichiarato dallo stesso Segretario degli Interni USA Burgum: è la “dominanza energetica” che “sin dal primo giorno fa parte del programma del presidente Trump”.
“Ulteriori attacchi se l’Iran non accetterà un accordo”: questo l’avvertimento lanciato dal presidente Trump. Chiarisce però, senza mezzi termini, che cosa intenda per “accordo”: la resa incondizionata dell’Iran. Contemporaneamente Trump ordina l’invio di 2.000 paracadutisti statunitensi in Medio Oriente. Se si considerano anche i 4.500 marines già in viaggio verso la regione, il numero totale delle truppe di terra aggiuntive inviate nella zona di guerra sale a 7.000. Circa 50.000 soldati USA – provenienti da Medio Oriente, Europa e Stati Uniti – sono assegnati all’operazione denominata dal Pentagono Epic Fury (Furia Epica). Vengono impiegati per la guerra i più potenti armamenti USA: i bombardieri strategici B-2 Spirit, a duplice capacità convenzionale e nucleare, che bombardano l’Iran partendo direttamente dagli Stati Uniti; i bombardieri strategici B1 e B52 che partono dalla base inglese di Fairford; gli F-35 e altri cacciabombardieri schierati in Medio Oriente; aerei e droni spia che partono dalla base di Sigonella in Sicilia per individuare gli obiettivi da colpire in Iran. A questa forza aerea, comprendete anche velivoli per la guerra elettronica, si unisce una forza navale comprendente due portaerei con i rispettivi gruppi da battaglia, navi e sottomarini lanciamissili, navi da sbarco e altre.
L’Iran, pur subendo colpi durissimi da parte delle forze statunitensi e israeliane, non solo resiste ma dimostra di avere capacità militari che lo stesso Pentagono riteneva non avesse: il fatto che l’Iran abbia preso di mira con missili balistici la base statunitense-britannica di Diego Garcia, situata a circa 4.000 chilometri dal proprio territorio, implica che i suoi missili abbiano una gittata in grado di raggiungere le basi più distanti da cui partono gli attacchi, tra cui quella di Sigonella. L’Iran dimostra inoltre di avere missili che sempre più riescono a forare lo “scudo antimissili” di Israele. Ciò è dovuto anche al fatto che la Russia condivide immagini satellitari e tecnologie militari con l’Iran. Non è escluso che faccia lo stesso anche la Cina. Va ricordato che l’Iran è importante membro dei BRICS, snodo del Corridoio Nord-Sud russo di trasporti verso l’Asia e allo stesso tempo snodo della Nuova Via della Seta dalla Cina all’Europa.
Il fatto che due missili iraniani abbiano colpito la città di Dimona è un avvertimento che Teheran lancia a Israele: a 13 chilometri dalla città di Dimona, nel deserto del Negev, c’è il centro nucleare di Dimona: la struttura sotterranea che ha permesso a Israele di dotarsi di un moderno arsenale nucleare e di conservarne finora il monopolio in Medio Oriente. La possibilità che l’Iran, paese militarmente non-nucleare, possa colpire il principale centro della potenza nucleare militare di Israele anche a solo scopo dimostrativo, abbassa ulteriormente la soglia fissata dallo Stato di Israele per l’uso di un’arma nucleare contro l’Iran. Missili a testata nucleare sono a bordo dei sottomarini Dolphin, forniti dalla Germania a Israele, dislocati a distanza di tiro dal territorio iraniano. Quella che potrebbe usare Israele contro l’Iran è una bomba a neutroni: un ordigno che, detonando in aria, uccide con le radiazioni immediate anche coloro che si trovano in rifugi sotterranei ma provoca una molto minore contaminazione radioattiva dell’area, che può essere occupata dopo breve tempo.
L’obiettivo dell’Operazione Furia Epica, che rischia di portare il mondo alla guerra nucleare, è stato dichiarato dallo stesso Segretario degli Interni USA Burgum: è la “dominanza energetica” che “sin dal primo giorno fa parte del programma del presidente Trump”. Non a caso il primo paese ad essere attaccato è il Venezuela, le cui riserve petrolifere sono al primo posto mondiale; il secondo è l’Iran, al terzo posto mondiale come riserve petrolifere e al secondo come riserve di gas naturale. Il petrolio e gas esportati dai paesi del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz sono diretti solo in piccola parte in Europa e negli Stati Uniti, il grosso è diretto in Asia verso Cina, India, Corea del Sud, Giappone e altri paesi asiatici. Quali siano le conseguenze lo spiega il New York Times: “L’Asia è schiacciata tra i prezzi del petrolio e il dollaro. Dall’India al Sud-Est asiatico fino alla Corea del Sud, le valute stanno crollando mentre i governi si affrettano ad assicurarsi combustibili il cui prezzo è fissato in dollari americani. Le valute asiatiche sono soffocate da un dollaro in forte ascesa. Circa il 90% del commercio internazionale di merci — compresi il petrolio e il gas, i cui prezzi stanno salendo alle stelle — utilizza la valuta americana.
Il Washington Post spiega chi guadagna da tutto questo: “Dalla guerra in Iran emerge un vincitore – gli esportatori statunitensi di gas naturale. L’Asia, che dipende più di altre regioni dal combustibile che transita attraverso lo Stretto di Hormuz, sta vacillando a causa della chiusura da parte dell’Iran di questo punto nevralgico e degli attacchi iraniani agli impianti di gas nel Golfo Persico, in rappresaglia agli attacchi statunitensi e israeliani. In Asia la domanda di importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti è in forte aumento, ha dichiarato il Segretario degli Interni USA Burgum, annunciando accordi energetici per 57 miliardi di dollari con importatori asiatici.”
Manlio Dinucci
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